Il mercato inglese dei farmaci generici è attualmente al primo posto in Europa per numero di prescrizioni: nel
1995, infatti, la diffusione del generico era pari al 50% del mercato a quantità (Southworth, 1996).
A raggiungere tale risultato hanno contribuito una serie di decisioni di carattere normativo che hanno incentivato
il mercato di tale categoria di farmaci, la più significativa delle quali si è rivelata l'introduzione del
fundholding, ovvero l'attribuzione di un budget di spesa ai gruppi di medicina di base.
Inoltre, nella realtà inglese i meccanismi di determinazione dei prezzi dei farmaci e la regolamentazione della
distribuzione (intermedia e finale) si concatenano in modo tale da salvaguardare i profitti delle aziende farmaceutiche
e, contemporaneamente, contenere la spesa a carico del National Health Service (NHS).
Il sistema sanitario inglese è impostato sul National Health Service (NHS), il servizio pubblico che provvede
all'erogazione e al finanziamento dei servizi sanitari per tutta la popolazione. Il NHS è finanziato per l'80%
dalla tassazione generale, per il 16% da contributi sanitari e per il resto dalla compartecipazione alla spesa da parte
dei pazienti (Garattini, 1993).
I fondi confluiscono al Ministero del Tesoro e la spesa per il NHS è decisa dal governo in sede di destinazione
annuale della spesa pubblica. I fondi affluiscono separatamente a due servizi: il servizio di assistenza di base e i
servizi ospedalieri che comprendono gli ospedali, i servizi medici specialistici e i servizi socio-sanitari;
quest'ultima area assorbe circa i 2/3 del totale. Il Department of Health (DoH), a cui affluiscono gli stanziamenti,
provvede al pagamento di farmacisti e medici di famiglia in rapporto alle prestazioni fornite. La compartecipazione
dei pazienti alla spesa farmaceutica avviene tramite il pagamento di un ticket fisso per ricetta.
Il finanziamento delle autorità sanitarie locali tiene conto sia della composizione demografica sia del tasso di
mortalità della popolazione.
L'assistenza privata ricopre un ruolo storicamente subalterno nei confronti del servizio pubblico: offre un'ampia scelta
di medici e liste di attesa più corte.
A partire dal 1989, il sistema sanitario inglese ha conosciuto un periodo di importanti riforme a livello istituzionale
e organizzativo. In quell'anno il governo Thatcher promulgò il libro bianco "Working for patients", entrato in vigore nel
1991, con il quale venivano introdotte riforme radicali, fra cui un modello organizzativo innovativo per la medicina di
base (Garattini, 1993).
Nello stesso anno è stato introdotto il Budget Fundholding, il cosiddetto "Schema per la Gestione di un Bilancio
Autonomo", per effetto del quale i gruppi di medicina di base con oltre 7.000 pazienti1 possono richiedere alla
competente autorità sanitaria lo statuto di Fundholders, ottenendo un budget proporzionale al numero di pazienti
assistiti per coprire le spese di personale, la manutenzione dei locali e le prestazioni sanitarie (prescrizioni
farmaceutiche, visite specialistiche ambulatoriali, ecc.) a favore dei propri assistiti (Garattini, 1993; Fattore
e Longo, 1996; Vendramini, 1997). L'idea nasce dalla necessità di responsabilizzare i medici di base, concedendo
loro una certa autonomia finanziaria, al fine di incentivarli ad agire come acquirenti "informati" per conto e a
vantaggio dei pazienti.
La partecipazione a tale schema è volontaria e reversibile; il finanziamento viene definito direttamente dal
Department of Health, mentre il controllo dell'attività rimane a carico delle autorità sanitarie locali.
Eventuali risparmi rispetto al budget possono essere reinvestiti nell'ambito del servizio, mentre spese eccedenti
comportano dei controlli e, in caso di giustificazioni insufficienti, la sospensione dello schema.
I servizi che rientrano nel budget dipendono dal numero di iscritti; i principali sono (Vendramini, 1997):
i ricoveri ospedalieri non urgenti;
le visite e i test diagnostici in regime ambulatoriale;
le spese di ufficio derivanti dalla pratica di gruppo;
la spesa farmaceutica.
Quest'ultima voce, assieme ad altri elementi analizzati nel prosieguo della trattazione, ha contribuito a
responsabilizzare profondamente il medico di base sul costo delle proprie prescrizioni.
Analogamente a quanto è avvenuto nella quasi totalità dei Paesi europei, la spesa farmaceutica pubblica ha
avuto una crescita significativa negli ultimi anni; nel 1992, ad esempio, è cresciuta di circa il 14%, percentuale
notevolmente superiore al tasso d'inflazione dello stesso anno (pari a circa il 2%) (Furniss, 1994). Essa rappresenta,
per consistenza, la seconda voce di costo2 nel bilancio del NHS ed è generata per circa l'80% da
prescrizioni dei medici di base, mentre per il restante 20% dal canale ospedaliero.
Nel 1985 è stata introdotta una lista negativa (ulteriormente allargata nel 1992), la cosiddetta black list,
costituita da prodotti giudicati non rimborsabili, poiché‚ considerati irrilevanti sotto il profilo terapeutico per
il NHS.
Sempre nello stesso anno, è stata introdotta una lista bianca (white list) di principi attivi che il NHS suggerisce
di prescrivere come generici, disincentivando di fatto alcune categorie di specialità medicinali (Salvioni, 1996).
Per alcune classi (vitamine benzodiazepine e antiacidi) il medico è addirittura obbligato a prescrivere solamente
il generico.
Nel libro bianco sull'assistenza di base, pubblicato nel novembre del 1987, il governo ha riaffermato il proprio impegno
a incentivare un comportamento prescrittivo razionale ed economico all'interno del NHS, sottolineando l'importanza
della prescrizione del generico quale pratica corretta da parte della classe medica (Bridges, 1989).
Nel 1988 è stato introdotto il Prescribing Analysis and Cost Scheme (PACT), un sistema informativo che ha lo scopo
di controllare e, indirettamente, responsabilizzare il medico di base su quantità, composizione e costi delle
prescrizioni farmaceutiche effettuate.
Nel Regno Unito, inoltre, i medici di base dispongono generalmente di un sistema di informatizzazione delle prescrizioni,
il cosiddetto PC prescribing system, in cui il nome del generico è previsto in default, mentre per prescrivere una
specialità è necessario digitare il nome della stessa. Il NHS, rimborsando una percentuale di tale software,
incentiva anche in questo modo la prescrizione di generici3. Per spingere i gruppi di medicina di base ad
adottare i programmi di prescrizione "omologati", le autorità sanitarie hanno in organico un numero di
"informatori" che visitano frequentemente gli studi medici per valutare i comportamenti prescrittivi e verificare
il software in dotazione. L'autorità sanitaria locale competente invia a ogni unità di medicina di base
(singolo medico o studio medico di gruppo) un rapporto mensile, in cui viene analizzato l'ammontare della spesa relativa
ai farmaci prescritti dalla stessa unità. Il valore indicato è confrontato con quello medio locale e
nazionale. Qualora i costi delle prescrizioni effettuate dal medico superino di almeno il 25% il valore medio locale,
oppure del 75% quello relativo a uno dei sei gruppi terapeutici principali (cardiovascolare, gastrointestinale, sistema
nervoso, infezioni, sistema respiratorio e sistema muscoloscheletrico), viene inviato un rapporto analitico
all'interessato che deve fornire giustificazioni al riguardo (Conti, 1993).
Anche nel Regno Unito i cittadini compartecipano con una quota fissa (dall'aprile del 1996 pari a œ5,50 per confezione
prescritta) alla spesa dei farmaci. Tale ticket, peraltro, ha un impatto relativo sul mix di consumi e sulla spesa
farmaceutica, poiché‚ da una parte rappresenta un esborso che non ha nessuna relazione con la natura o il costo delle
specialità prescritte, dall'altra grava solamente sul 20% circa delle prescrizioni dispensate, a causa del numero
elevato di esenzioni (per reddito, età e patologia) concesse4.
Definizione
Nel Regno Unito non esiste una definizione legislativa di farmaco generico. Si puo, pertanto, utilizzare il concetto
già espresso nell'analisi degli altri Paesi, ossia quello di imitazione di una specialità medicinale priva
di copertura brevettuale. Nella realtà britannica si è soliti distinguere il generico in unbranded e
branded.
Si è in presenza di un generico unbranded nel caso in cui il genericista copi in toto la specialità
corrispondente, ossia non solo il principio attivo (active ingredient), ma anche i vari eccipienti (ingredients).
Il generico branded, spesso caratterizzato da un nome di fantasia, presenta una qualche diversità rispetto alla
specialità corrispondente, pur contenendo ovviamente lo stesso principio attivo del farmaco originale. Tale
differenza puo interessare il dosaggio, l'indicazione terapeutica, gli eccipienti o altri elementi.
Analizzando il mercato, si osserva che la grande maggioranza dei generici è unbranded e si presenta sotto forma
di capsule o fiale, mentre i topici risultano rari, principalmente per l'elevato costo degli eccipienti.
Registrazione
Nel caso del generico unbranded, l'iter di registrazione risulta abbreviato (abridged application) e viene a costare
6.000 sterline inglesi (pari a circa 16 milioni di lire). Il genericista puo non effettuare gli studi di bioequivalenza,
in quanto fanno fede, presso la Medicines Control Agency (MCA), i risultati di bioequivalenza svolti dall'azienda
produttrice della specialità medicinale.
Il produttore di branded generics, al contrario, è obbligato a effettuare gli esami di bioequivalenza clinica su
12-18 pazienti, per un costo intorno alle 50.000 sterline inglesi (pari a circa 120 milioni di lire). Il prezzo elevato
di questa seconda procedura ha frenato fortemente lo sviluppo dei branded generics.
Attualmente, si vorrebbe introdurre la bioequivalenza obbligatoria per entrambe le procedure di registrazione, passando
dal concetto di essential similarity (somiglianza essenziale) a quello di therapeutic interchangeability
(sostituibilità terapeutica).
La concessione dell'autorizzazione da parte del MCA è necessaria anche per la commercializzazione dei farmaci
(generici e non) di importazione che possono avere una confezione scritta in lingua straniera, ma il cui foglietto
illustrativo deve essere obbligatoriamente in inglese. Sono, inoltre, previsti controlli sulle materie prime importate
da paesi in via di sviluppo, al fine di valutarne la conformità ai criteri di Good Manufacturing Practice.
Le aziende genericiste, facendo parte dell'Association of the British Pharmaceutical Industry (ABPI) o della British
Generic Manufacturers Association (BMGA), risultano soggette alle Guidelines for Manufacturers of Generic Medicines e
al Code of Practice della BMGA. Quest'ultimo impone il rispetto di determinati standard di qualità negli impianti
di produzione, nell'informazione medico-scientifica, nella esposizione in farmacia, nei metodi di distribuzione,
nell'identificazione e nella presentazione del prodotto, nel confezionamento, nell'informazione al paziente
sull'identità del produttore e del detentore della licenza. Le aziende genericiste e i distributori non
appartenenti alla BAPW, la British Association of Pharmaceutical Wholesalers (principale associazione di grossisti
farmaceutici), sono anche soggetti a ispezioni non preannunciate (Hemingway, 1989).
I generici vengono prevalentemente commercializzati in bulk5 dai produttori e dispensati dal farmacista in
confezioni di propria scelta. La distribuzione delle aziende genericiste avviene per lo più attraverso il canale
diretto, ossia la fornitura diretta ai farmacisti6. La responsabilità per danni causati da un difetto
del prodotto ricadono sul produttore, se identificabile, mentre in caso contrario sul dettagliante (farmacia
territoriale o dispensing doctor).
A breve termine il problema della responsabilità verrà risolto con l'adeguamento alla Direttiva della
Comunità Europea 27/92 sulla prescrizione di confezioni originali (Original Pack Dispensing - OPD) in vigore dalla
fine del 1999 (Benzi, 1994). Allo scopo di tutelare maggiormente i pazienti-consumatori, la direttiva europea stabilisce
che tutti i farmaci generici debbano essere dispensati in confezioni originali contenenti il foglietto illustrativo.
Si sono accese discussioni rilevanti fra le varie associazioni (fra le quali BMGA e ABPI) e il NHS relativamente alla
concreta attuazione di tale direttiva. Come indicazioni di massima, sembra plausibile che le confezioni medie per malattie
croniche e antibiotici conterranno, rispettivamente, 28-30 e 15-21 unità posologiche.
La politica di forti sconti alle farmacie intrapresa dai produttori di generici e la futura lievitazione dei costi
derivanti dall'applicazione della Direttiva Europea inducono a prevedere una compressione ulteriore dei margini di
profitto dell'industria genericista7.
Dispensazione
La legge stabilisce che i farmacisti siano obbligati a dispensare il farmaco esattamente prescritto dal medico, mentre
la sostituzione con il corrispondente generico è permessa solamente in ambito ospedaliero. I farmacisti non hanno
così la possibilità di sostituire il prodotto di marca specificamente prescritto con un generico, salvo in casi di
emergenza. Al contrario, nel caso in cui sulla ricetta medica venga esplicitata solo la denominazione del principio
attivo, la cosiddetta open generic prescribing, i farmacisti sono liberi di dispensare qualunque versione del farmaco.
Il Regno Unito ha sempre avuto una cultura di open generic prescribing; basti considerare che nelle facoltà
britanniche di medicina si insegna a prescrivere le molecole e che tutti i bollettini informativi sui farmaci riportano
il nome del principio attivo (e non quello della specialità).
Anche per questo motivo, la classe medica britannica delega al farmacista la scelta di quale prodotto dispensare.
Tale situazione è unica fra i paesi europei con un mercato dei generici sviluppato, poiché‚ solitamente il medico
tende a specificare non solo il nome del principio attivo, ma anche quello del produttore. A partire dai primi anni '80,
è in corso un acceso dibattito sulla possibilità da parte del farmacista di sostituire automaticamente un
farmaco di marca con il corrispondente generico (il c.d. tick-out), salvo nel caso in cui un'espressa dichiarazione del
medico disponga la dispensazione esclusiva del farmaco branded.
Attualmente è consentita la cosiddetta brand equalization, o sostituzione al contrario; secondo questa procedura,
il farmacista è libero di sostituire il farmaco generico prescritto con una specialità equivalente di sua
scelta, fermo restando che il NHS rimborsa esclusivamente il prezzo del primo. Tale comportamento è conveniente
per il farmacista quando le aziende farmaceutiche concedono degli sconti tali da abbassare il prezzo della
specialità addirittura al di sotto di quello del generico corrispondente.
Le aziende sono portate ad agire in questo modo per tre motivi concomitanti:
il NHS impone alle aziende dei limiti di redditività attraverso lo schema PPRS (vedi il punto successivo);
lasciando completamente libera la determinazione di prezzi apparentemente elevati, riequilibrati successivamente dalla
concessione di forti sconti, il prezzo fittizio consente spesso alle imprese multinazionali di spuntare prezzi superiori
con le autorità sanitarie degli altri Paesi europei;
la vendita a prezzi molto bassi di specialità mature tende a "riequilibrare" margini troppo elevati
conseguiti con prodotti innovativi, comportamento del tutto logico alla luce dello schema PPRS;
viene reputato più conveniente vendere le specialità a prezzi molto bassi, piuttosto che lasciare tutto il
mercato ai produttori generici.
Prezzi
Nel Regno Unito al controllo dei prezzi dei farmaci vengono affidate finalità molteplici: sostenere l'industria
farmaceutica nazionale (permettendo una certa redditività), garantire al NHS la fornitura di farmaci sicuri ed
efficaci a prezzi ragionevoli; incentivare l'impegno economico e finanziario nella ricerca di nuovi prodotti.
Gli accordi per la fissazione dei prezzi e del rimborso differiscono fra specialità medicinali e farmaci
generici.
Il prezzo delle specialità medicinali (inclusi i branded generics qualora le aziende produttrici raggiungano un
fatturato annuo minimo di un milione di sterline) non viene determinato dalle autorità pubbliche a livello di
singola confezione, bensì dall'impresa produttrice nell'ambito del Pharmaceutical Price Regulation Scheme (PPRS),
schema di riferimento generale che stabilisce in modo negoziale l'intervallo di redditività.
Tale schema non ha alcuna base legislativa, in quanto si configura come un accordo fra il DoH e l'Association of the
British Pharmaceutical Industry (ABPI), soggetto a rinnovo o a revisione alla scadenza stabilita8.
Il PPRS prevede che i prezzi dei farmaci rimborsabili siano liberamente fissati dal produttore, mentre l'oggetto di
negoziazione è la redditività complessiva di ogni singola impresa. Infatti, per ciascun produttore che
superi la soglia dei 20 milioni annui di sterline nella vendita di farmaci rimborsati dal NHS è prevista
l'assegnazione di uno specifico target di Return on Capital (RoC), negoziato fra il DoH e l'ABPI e ricalcolato
annualmente9 (Salvioni, 1996).
Nel caso delle specialità medicinali, al farmacista viene rimborsato il prezzo di acquisto del farmaco
corrispondente al prezzo dichiarato dal produttore (valido in tutto il paese).
Per quanto concerne i farmaci generici, possono esistere prezzi differenti sul mercato, ma i valori di rimborso da parte
del NHS sono unici e vengono pubblicati mensilmente sulla Drug Tariff List, periodico redatto dalla Prescription Pricing
Authority per conto del DoH. L'entità del rimborso calcolato dal DoH è frutto di una media ponderata dei
prezzi al farmacista dichiarati da cinque operatori rilevanti del settore: due grossisti (Unichem e AAH) e tre
produttori con canale diretto (Norton, Cox e APS)10. Queste aziende dichiarano, in generale, il prezzo
più elevato ottenuto sul mercato, tipicamente quello accordato ai retailers minori (cioè i farmacisti
indipendenti caratterizzati da un potere contrattuale molto limitato). La Drug Tariff List riporta così prezzi
"gonfiati" rispetto a quelli reali di mercato, ma tale situazione è accettata dal DoH per consentire un certo
livello fisiologico di concorrenzialità sul prezzo fra le aziende. Questo sistema incentiva il farmacista ad
acquistare al minor prezzo possibile e spinge le aziende genericiste a competere, scontando il proprio prezzo sotto
il livello di rimborso del farmaco (Griffin, 1996).
Per evitare che lo Stato rimborsi complessivamente più di quanto non paghino i farmacisti al netto degli sconti
ottenuti, è stato introdotto un meccanismo, noto come Claw Back, tale per cui il prezzo di rimborso delle
specialità viene decurtato di una certa percentuale, variabile nell'anno 1995 fra un intervallo di 1,65% e
8,67% in funzione del fatturato del punto di vendita. Tali percentuali vengono ricalcolate annualmente (in base agli
sconti dichiarati da grossisti e farmacisti) e il meccanismo funziona quindi con un ritardo temporale di un anno: lo
sconto medio calcolato ex-post alla fine dell'anno rappresenta il Claw Back dell'anno successivo. Il farmacista è,
pertanto, spinto a negoziare comunque degli sconti superiori a quelli goduti l'anno precedente per motivi finanziari;
questo meccanismo costituisce indubbiamente un valido freno alla crescita della spesa farmaceutica pubblica, tendendo
a minimizzare le posizioni di rendita (Salvioni, 1996).
Le Figure 1 e 2 mostrano, rispettivamente, le percentuali
delle ricette mediche prescritte con denominazione generica e delle prescrizioni relative al NHS dispensate come generici
nel periodo 1974-1994.
Nel 1974 il mercato dei generici era già quasi interamente costituito da farmaci unbranded prodotti da un largo
numero di aziende. Tali prodotti rappresentavano una quota di mercato contenuta, pari al 15% del totale delle
prescrizioni relative al NHS (il 17% delle prescrizioni scritte con denominazione generica) (Griffin, 1996). Negli anni
ottanta si è avuta una crescita moderata del mercato dei generici, particolarmente concentrata in determinate
classi: antibiotici, tranquillanti e analgesici minori, con una considerevole espansione anche nei glicosidi, nei
beta-bloccanti e negli anti-infiammatori non steroidei.
Nel 1994 questi farmaci hanno raggiunto il 42% del totale delle prescrizioni relative al NHS e il 52% di quelle scritte
con denominazione generica11; si stima che entro il 2000 il 70% delle prescrizioni sarà costituita da
farmaci generici (Kay, 1997).
Nel 1993 i generici rappresentavano l'11% in termini di fatturato (il 41% in termini di prescrizioni), i farmaci di
marca protetti da brevetto il 26% (il 7% in termini di prescrizione12), mentre quelli contenenti principi
attivi non protetti, ma prescritti ancora come specialità, il 63% (il 52% in termini di prescrizioni); secondo
ricerche di mercato, nel 1995 i generici coprivano il 50% del numero di prescrizioni e il 13% a valore (Southworth,
1996).
Definire il mercato dei generici a valore non è impresa semplice. Le fonti principali sono tre: le statistiche
governative, i dati di ricerche di mercato e i bilanci delle aziende genericiste. L'ultima fonte è giudicata
piuttosto inattendibile, poiché‚ molte aziende genericiste sono controllate da multinazionali che non specificano le
vendite dei generici nell'ambito delle cifre complessive. I dati delle ricerche di mercato sul volume di vendite sono
più precisi, derivando dall'analisi degli acquisti da parte delle farmacie. Per quanto riguarda il fatturato, i
dati di tale fonte sono significativamente diversi rispetto a quelli del DoH, in quanto, considerando gli elevati sconti
concessi ai farmacisti, utilizzano cifre più vicine ai prezzi reali di mercato rispetto a quelle della Drug Tariff List
(Kay, 1997).
Nel 1993 il costo medio di una prescrizione generica era pari a œ2,06, rispetto a œ8,85 per una specialità
(Macarthur, 1994).
La Tabella 1 è utile per comprendere i potenziali risparmi derivanti dalla
dispensazione di farmaci generici in luogo delle specialità per principi attivi molto prescritti.
La situazione relativa alla scadenza brevettuale dei farmaci ancora protetti nel 1993 viene mostrata in
Figura 3. Si stima che entro il 2000 circa l'85% delle prescrizioni di farmaci protetti da
brevetto nel 1993 (per un fatturato complessivo di circa 800-1.000 milioni di sterline) sarà soggetto alla
competizione dei generici (Griffin, 1996). Sulla base di questo trend, il DoH ritiene verosimile che nel 2000 circa
il 60% delle prescrizioni sarà dispensato come generico.
Il mercato britannico dei generici, pur avendo raggiunto un considerevole sviluppo, ha quindi ancora abbondanti
potenzialità di crescita, in termini sia di fatturato sia di prescrizioni, per due motivi principali:
la crescita tendenziale nella prescrizione dei generici;
la scadenza dei brevetti di molti dei farmaci più venduti nei prossimi anni.
Nel 1997 è scaduta la copertura brevettuale del Capoten della Bristol-Myers Squibb (captopril) e della forma
1 dello Zantac della Glaxo Wellcome (ranitidina), farmaci che insieme rappresentavano circa il 5% della spesa totale.
Sembra utile, a titolo esemplificativo, illustrare quanto sta accadendo per questi due principi attivi.
Per quanto riguarda il captopril, sulla base di quanto successo alla cimetidina (Figura 4)
e della forte competizione prevista (più di 10 aziende ne avevano richiesto l'autorizzazione alla produzione il
giorno successivo alla scadenza del brevetto, avvenuta in febbraio), sembra plausibile prevedere una rapida riduzione
dei prezzi. La Teva, l'APS/Berk, Cox (Hoechst Marion Roussel), Norton (Ivax) e Lagap (South African Druggists) sono
le principali aziende genericiste interessate a questo mercato (Macarthur, 1997).
La situazione risulta completamente diversa per la ranitidina e fa intuire una precisa strategia difensiva da parte
dell'azienda produttrice della specialità. Infatti, sebbene la copertura brevettuale della sola forma 1 della
ranitidina scada solamente nel luglio del 1997 (mentre quella della forma 2 nel 2002), la versione generica dello Zantac
è già disponibile sul mercato grazie alla Generics UK (controllata Merck KGaA13) e risultano
rilevanti anche le importazioni parallele, attraverso le filiali francese e belga della Glaxo-Wellcome stessa (Macarthur,
1997).
La lista delle principali aziende genericiste nel Regno Unito si è modificata in modo sostanziale nell'ultimo
decennio: si è passati da un gruppo numeroso di aziende di medie dimensioni ad un insieme più polarizzato,
caratterizzato dalla presenza di alcune grandi multinazionali e aziende straniere con un forte interesse per il mercato
dei generici. Tale fenomeno ha comportato, come ovvia conseguenza, una forte diminuzione nel numero dei genericisti
indipendenti (Kay, 1997). Attualmente nel Regno Unito sono presenti circa 105 aziende genericiste.
A partire dai primi anni '90 si è anche assistito a una crescente concentrazione delle aziende operanti nel
mercato dei generici (Tabella 2). Il raggiungimento di una massa critica rilevante,
quale condizione indispensabile per accrescere la propria competitività, è divenuto uno degli obiettivi
principali di tali imprese. L'IVAX Corp, azienda statunitense leader del settore, ha rilevato (direttamente e non)
diverse aziende genericiste britanniche, mentre la francese Sanofi ha acquisito Sterwin Medicines e la tedesca Merck
KGaA, come anticipato in precedenza, il gruppo internazionale Amerpharm che controllava la Generics UK.
Anche alcune aziende extracomunitarie aventi forti interessi nel settore dei generici hanno assunto il controllo di
alcune imprese locali. Ad esempio, la South African Druggists ha rilevato la Lagap, le indiane Ranbaxy e Wockhardt,
rispettivamente, la Polychem e la Wallis.
La Norton Healthcare, sussidiaria inglese di IVAX, è, in termini di fatturato, la più grande azienda
produttrice di generici: questa situazione potrebbe modificarsi nel breve periodo, in seguito all'entrata della
Merck Generics nel mercato generico della ranitidina.
In Tabella 3 sono riportati il fatturato e la quota sul mercato farmaceutico totale delle
prime quattro aziende genericiste.